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LEVI CARLO
 
ARTISTA OPERE MOSTRE IN ASTA
 

Carlo Levi, Torino 1902 - Roma 1975.


Libro di memorie nato dalla conoscenza del primitivo e superstizioso mondo dei contadini lucani e rievocazione del periodo di confino al quale l’autore fu condannato per attività antifascista proprio in Lucania, Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi, fu pubblicato nel 1945 e riscosse subito un grande successo.

Medico e pittore piemontese di formazione democratica e liberale, Carlo Levi iniziò il suo fortunato lavoro di scrittore proprio alla fine della guerra con la pubblicazione di quella che viene considerata la sua opera unica e irripetibile. Pur avendo prodotto e pubblicato altri lavori narrativi, Levi rientra infatti in quel gruppo di scrittori che sostanzialmente vengono pensati e stimati soltanto come autori di un’unica opera.

Per le sue origini ebraiche e per la sua attività antifascista all’interno del gruppo Giustizia e Libertà (fondato in Francia nel 1929 da intellettuali fuoriusciti), Levi, più volte arrestato e mal visto dal regime, nel 1935-36 fu mandato al confino in un piccolo paese della Lucania, tra Gagliano e Grassano. Liberato, esiliò in Francia ma durante la guerra continuò la sua lotta contro il regime prendendo parte alla Resistenza tra le file del Partito d’Azione e tra il 1943 e il 1944, nascosto a Firenze in casa di amici, affidò i suoi ricordi del periodo del confino alle pagine di Cristo si è fermato a Eboli, resoconto dunque della sua esperienza in Lucania.

Indagando l’anima e la psicologia del popolo del Sud, Levi racconta, a distanza di anni, episodi, abitudini, usi e costumi della terra lucana riuscendo ad elaborare e ad analizzare i suoi ricordi con nostalgia e con il distacco della memoria. Il libro, pur presentando una dimensione narrativa importante, non è perciò un romanzo ma risulta essere alla fine un libro-documento: un insieme di documento memoriale e di saggio sociologico ed antropologico.

Levi così, concentrandosi sulla sua scoperta della realtà meridionale e del mondo contadino, riversa nel libro le sue abili doti di pittore e riesce a “dipingere” i paesaggi del Sud e i suoi personaggi con colori e atmosfere particolari, trasformando la sua opera letteraria quasi in un quadro. Il risultato finale è quello di un affresco in cui spiccano figure indimenticabili: la serva Giulia, il feudale barone Rotunno, l’arguto esattore delle imposte, il parroco scettico.

La narrazione è scandita in effetti da pochi episodi: la visita della sorella che racconta del suo viaggio a Matera, luogo in cui la povera gente vive ancora nei “sassi”; i medici del luogo che, gelosi, alla fine riescono ad allontanare il protagonista dall’esercizio della sua professione; una piccola sommossa popolare scoppiata a causa sempre del protagonista impossibilitato a prestare soccorso in un caso urgente di emorragia.

Le osservazioni e le meditazioni del narratore costituiscono dunque la maggior parte del libro: colloquiando con la sua governante Giulia e passeggiando con il suo fedele cane Barone l’autore considera e capisce quella cultura che, apparentemente rozza e arcaica, possiede in fondo un suo fascino ma soprattutto un insieme di valori ricchi di saggezza e sapienza.

Ciò che l’autore scopre, nel corso di quel forzato soggiorno, è un mondo lontano dalla modernità e dalla civiltà della sua Torino, pagano ed ancestrale, pieno di magica superstizione e popolato da potenze misteriose, da spiriti e folletti; completamente estranea alla politica e alla storia, cupa e passiva, questa realtà contadina non distingue tra il mondo umano e quello animale. La popolazione, la cui vita è scandita da ritmi e riti secolari, vive in condizioni non umane, appesantita dalla malattia, dalla povertà e dall’ignoranza.

La stessa espressione "Cristo si è fermato a Eboli", che i contadini lucani usavano spesso dire e che da’ il nome al libro, è la rappresentazione di questo mondo arcaico e la narrazione inizia proprio con la spiegazione del titolo. Per il viaggiatore che arriva dal Nord Eboli è l’ultima stazione della Campania prima di entrare in Lucania e segna così il confine tra il mondo dei “cristiani”, e quindi degli uomini civili del centro- Nord, e quello dei non-cristiani del profondo Sud. Il detto dei contadini lucani intende quindi dire che la civiltà non è mai andata al di là di Eboli e che da quel confine in poi il Sud è rimasto indietro per secoli e secoli.

Il punto di vista con il quale Levi osserva questo mondo contadino è sicuramente quello di un intellettuale, un intellettuale che però viene in fondo attratto e forse anche suggestionato dalla profonda irrazionalità e dalla magia primitiva di questo mondo rurale, mitizzato e vagheggiato, nel quale l’autore ritrova forse il se stesso più autentico.

In un dopoguerra influenzato da un gusto neorealista e da un clima progressista, il documento di Levi, portando dunque alla luce i problemi sociali di un’Italia fino a quel momento completamente ignorata, suscitò una forte impressione. Rispondendo alle istanze di una letteratura nuova basata sulla realtà vera e sui problemi sociali, il libro di Levi deve il suo successo al fatto che costituì in quegli anni un esempio concreto di letteratura neorealistica con la denuncia delle reali condizioni del Paese.

In qualunque modo si voglia definire quest’opera, libro di memorie o libro-inchiesta, Cristo si è fermato a Eboli, capolavoro e simbolo della prima letteratura “liberata”, rimane ancora oggi un libro cardine, attualissimo, sulla questione meridionale.Carlo Levi (Torino, 29 novembre 1902 – Roma, 4 gennaio 1975) è stato uno scrittore e pittore italiano, tra i più significativi del Novecento.
Nasce in un‘agiata famiglia di origine ebraica della borghesia torinese, il 29 novembre 1902. Fin da ragazzo dedica molto del suo tempo alla pittura, una forma d‘arte che coltiverà con gran passione per tutta la vita, raggiungendo lusinghieri successi sia di critica sia di pubblico.

Dopo avere terminato gli studi secondari, si iscrive alla facoltà di medicina all‘Università di Torino. Nel periodo degli studi universitari, tramite lo zio, l‘onorevole Claudio Treves (figura di rilievo nel Partito socialista), conosce Piero Gobetti, che lo invita a collaborare alla sua rivista La Rivoluzione liberale e lo introduce nella scuola di Felice Casorati, intorno alla quale gravita l‘avanguardia pittorica torinese.

Levi, inserito in questo contesto multiculturale, ha modo di frequentare personalità come Cesare Pavese, Giacomo Noventa, Antonio Gramsci, Luigi Einaudi e, più tardi, importante per la sua evoluzione pittorica, Edoardo Persico, Lionello Venturi, Luigi Spazzapan. Nel 1923 soggiorna per la prima volta a Parigi e scrive il primo articolo sulla sua pittura nella rivista Ordine nuovo. Si laurea in medicina nello stesso anno e rimarrà alla Clinica Medica dell‘Università di Torino come assistente fino al 1928, ma non eserciterà la professione di medico, preferendogli definitivamente la pittura e il giornalismo. La profonda amicizia e l‘assidua frequentazione di Felice Casorati valsero a orientare la prima attività artistica del giovane pittore, con le opere pittoriche Ritratto del padre (1923) e il levigato nudo di Arcadia, con il quale partecipa alla Biennale di Venezia del 1924. Dopo alcuni soggiorni a Parigi, dove aveva mantenuto uno studio, la sua pittura, influenzata dalla scuola di Parigi, subisce un ulteriore cambiamento stilistico, proseguito poi con la conoscenza, tra il 1929 e il 1930, di Modigliani. Con il sostegno di Edoardo Persico e Lionello Venturi, alla fine del 1928 prende parte al movimento pittorico cosiddetto dei sei pittori di Torino, insieme a Gigi Chessa, Nicola Galante, Francesco Menzio, Enrico Paulucci e Jessie Boswell, che lo porterà ad esporre in diverse città in Italia ed anche in Europa (Genova, Milano, Roma, Londra, Parigi).
Levi, per una precisa posizione culturale coerente con le sue idee, considerava espressione di libertà la pittura, in contrapposizione non solo formale, ma anche sostanziale alla retorica dell‘arte ufficiale, secondo lui sempre più sottomessa al conformismo del regime fascista e al modernismo ipocrita del movimento futurista.

Nel 1931 si unisce al movimento antifascista di "Giustizia e libertà", fondato tre anni prima da Carlo Rosselli. Per sospetta attività antifascista, nel marzo 1934 Levi si procurerà il primo arresto, e l‘anno successivo, dopo un secondo arresto, fu condannato al confino nel paese lucano di Grassano e successivamente trasferito nel piccolo centro di Aliano (nel romanzo chiamato Gagliano). Da questa esperienza nascerà il suo romanzo più famoso, Cristo si è fermato a Eboli, che nel 1979 verrà anche adattato per il cinema e la televisione da Gillo Pontecorvo e Francesco Rosi.

Nel 1936 il regime fascista, sull‘onda dell‘entusiasmo collettivo per la conquista etiopica, gli concede la grazia, e lo scrittore si trasferisce per alcuni anni in Francia e continua la sua attività politica. Rientrato in Italia, nel 1943 aderisce al Partito d‘azione e dirige insieme ad altri Azionisti La nazione del popolo, organo del Comitato di Liberazione della Toscana.

Nel 1945, Einaudi pubblica Cristo si è fermato a Eboli, scritto nei due anni precedenti. In esso Levi denuncia le condizioni di vita disumane di quella popolazione contadina, dimenticata dalle istituzioni dello Stato, alle quali "neppure la parola di Cristo sembra essere mai giunta". La risonanza che avrà il romanzo mette in ombra la sua attività di pittore: ma la stessa pittura di Levi viene influenzata dal suo soggiorno in Lucania, diventando più rigorosa ed essenziale e fondendo la lezione di Modigliani con un sobrio, personale realismo.

Levi continuerà nel dopoguerra la sua attività di giornalista, in qualità di direttore del quotidiano romano Italia libera, partecipando ad iniziative e inchieste politico-sociali sulla arretratezza del Mezzogiorno d‘Italia, e per molti anni collaborerà con il quotidiano La Stampa di Torino.

Nel 1954 aderisce al gruppo neorealista e partecipa alla Biennale di Venezia con apprezzabili dipinti, in chiave realistica come la sua narrativa. Dopo Cristo si è fermato a Eboli, di grande interesse sono Le parole sono pietre, del 1955, sui problemi sociali della Sicilia (vincitore nello stesso anno del Premio Viareggio), Il futuro ha un cuore antico (1956), Tutto il miele è finito (1965), e L‘orologio, pensosa e inquieta cronaca degli anni della ricostruzione economica italiana (1950).

Nel 1963, per dare peso alle sue inchieste sociali sul degrado generalizzato del paese, e mosso dal desiderio di contribuire a modificare una politica stratificata su un immobilismo di conservazione di certi diritti acquisiti anche illegalmente, passa dalla teoria alla pratica e, convinto dagli alti vertici del partito comunista, incomincia a svolgere politica attiva. Candidato ad un seggio senatoriale, viene eletto per due legislature Senatore della Repubblica (la prima volta nel collegio di Civitavecchia, nel secondo mandato nel collegio di Velletri) come indipendente del Partito comunista italiano.

Nel 1971 fu tra i firmatari dell‘appello pubblicato sul settimanale L‘espresso contro il commissario Luigi Calabresi.

Nel gennaio 1973 subisce due interventi chirurgici per il distacco della retina. In stato temporaneo di cecità riuscirà a scrivere Quaderno a cancelli, che sarà pubblicato postumo nel 1979, e a tracciare più di 146 disegni della cecità, che saranno pubblicati nel volume "Carlo Levi inedito: con 40 disegni della cecità", a cura di Donato Sperduto, Edizioni Spes, Milazzo 2002 (D. Sperduto si è occupato di Levi anche nel libro "Maestri futili?", Aracne editrice, Roma 2009).

Muore a Roma il 4 gennaio 1975. La salma dello scrittore torinese riposa nel cimitero di Aliano, dove volle essere sepolto per mantenere la promessa di tornare, fatta (e non potuta mantenere in vita) agli abitanti, lasciando il paese.

Nel 1984 viene intitolato a Carlo Levi il Liceo Artistico di Eboli.

 
 
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