VERDI FRANCO
 
ARTISTA OPERE MOSTRE IN ASTA
 

Giovanni Francesco Silvano Verdi di Belmont è nato a Venezia nel 1934 e già nella più tenera età, come tutti i bambini di allora, fu vestito in tuta nera alla moda di giovane balilla, come si può osservare dalla foto di copertina del suo ultimo romanzo Il cerchio perfetto (Bonaccorso editore, Verona 2001). Un inciso, questo della ‘tuta alla moda‘, che servirà poi per capire quanto e perché il nostro poeta, nella vita e nell‘arte, sia ribelle e anticonformista al pari di molti della sua generazione e al contrario di tanti altri della generazione precedente. Fin da ragazzo Franco Verdi vive, studia, lavora, viaggia, scrive, dipinge ma solo dal 1965, al circolo Esagono di Bologna, mette in mostra "Franco Verdi in concert". Con performances visuali e sonore inizia la personale e originale esternazione artistico-letteraria che dura tuttora. Dal suo diario, 1.1.1967, abbiamo questa confidenza diretta: "Coltivo lingua e disegno. Interro la scrittura. Semino lingua, scrittura e carme figurato. Discretamente colloquio con l‘iconismo occulto. Ho abboccamenti con la poesia figurata. Catalogo i fatti iconici ed i poetici, classifico le forme, inventario i temi. Conficco nella mente le insegne e gli spettri del versante linguistico e di quello iconico. Assisto al susseguirsi di figurine e anagrammi dall‘acrostico ai versi intessuti. Una fioritura secentesca s‘attarda in riprese più tarde. Si tratta di eroismo puro. Il cosmo si gratta la pelata. È difficile avere fiducia, ancor più guardare la fede. Sottrarre aggiungendo. Così si pongono le fondamenta della tenda, che un soffio di congedo settembrino riprenderà nel suo seno celestino L‘arte è immagine del creato. Ma se fosse solo questo non sopravviverebbe. Dipingo erbe, nuvole, mari bizantini, mari venexiani, dove il colore s‘accende attraverso maniacali velature Credo per capire e capisco per credere. Sono inattuale e medievale". Verdi è poeta che non saprà mai smentirsi. Molti anni più tardi Adriano Spatola dirà di lui: "Franco Verdi si muove in un‘aria ancora più sfatta, nella quale forse soltanto l‘aggettivazione indica al lettore la chiave interpretativa. Si tratta di strutture tenute in vita senza gioia apparente, strutture che convalidano la propria esistenza sullo schermo di un‘antica passione violata". Intanto poco dopo, nel 1969, (dai colpi del Gruppo 63 ai sussulti dei moti del ‘68) ha inizio la sua fase di ‘impegno‘ critico e di creatività alternativa che lo distinguerà per sempre e, insieme ad un gruppo vivace di poeti e scrittori ‘arrabbiati‘, dà vita a un quadrimestrale di ‘politica della cultura‘ che prende nome dal suo primo libro di poesia "Aperti in Squarci", insieme a Flavio Ermini, Silvano Martini, Domenico Cara, Nino Majellaro e altri. Giuliano Manacorda, in Letteratura italiana d‘oggi, Editori Riuniti, nel 1987 scriverà che quello di Aperti in squarci, rispetto a tante altre riviste, trattava di "un discorso più problematico" destinato a sviluppi ideologici meno monolitici" perché "sembrò cercare una sintesi tra sperimentazione linguistica e funzione politica" (G. Conte) anche se in realtà - conferma Manacorda - coltivò fino alla fine la nostalgia per i bei tempi, durati poco, in cui i poeti uscivano dalle case per cercare di coinvolgere la gente, in compagnia delle forze di opposizione operaia e giovanile invocando un nuovo spazio". Il ‘convivio‘ di Aperti in Squarci durerà solo pochi anni, il tempo della maturazione delle singole esperienze sperimentali, e poi ognuno andrà per la propria strada "per diffondere le male erbe in campi fioriti e sani" . È difficile volersi cimentare a discorrere sull‘opera di un autore protagonista dell‘arte sperimentale del ‘900, perché, tutto sommato, è facile scadere nel sentimento più squisito della partigianeria anche quando non si è stati frequentatori delle rivoluzioni linguistiche, nonostante l‘apertura mentale e critica verso di esse. È difficile se poi si tratta di un artista autentico che ha "brevettato" la sua ricerca poetica fra mille pene, avventure e altrettante usurpazioni banditesche inflittagli da parte di pirati dalla parola e dal suono più modesti ma dal savoir-faire più facinoroso. Ricordate le ‘fatiche‘ dei teppisti come Rimbaud, Campana o Esenin? Chi ha prodotto una significativa rottura con la tradizione accademica, con le storie, i fatti, le esperienze, le scelte di campo e di coscienza, ha dovuto pagare duramente sulla propria pelle tutte le scelte fatte. Alla fine, però, anche durante questi ultimi cinquant‘anni della nostra storia, opere nuove e innovative sono nate e cresciute per lasciare un loro segno indelebile nella storia delle arti e della letteratura. Franco Verdi è uno di questi pochi eletti. Senz‘altro il ‘900 è stato un secolo massacrante, intenso e magmatico per tutti i cambiamenti impensabili che ha potuto produrre dopo secoli e secoli di temperate, equivoche e atroci aggressività. Dopo millenni sono bastate una manciata di decenni per cancellare tutto il passato, smontandolo e rimontandolo secondo le convenienze ora di questo ora di quell‘oracolo, tradendo, di volta in volta, la filosofia e il pensiero (il peccato) originario/originale con l‘unico scopo di salvaguardare il potere del proprio ‘particulare‘. Se questo è successo per la politica, per la filosofia, per la religione, per il commercio e la tratta delle merci e degli uomini, per il tornaconto di pochi a scapito della maggioranza, non c‘è nulla da meravigliarsi se, al di là del campo sociale, riflessi e ricadute si sono propagate, e in altrettanta maniera accanita, anche nel campo culturale dell‘arte e della poesia. Certo, volendo qui parlare di un particolare, vulcanico ed estroso artista qual è Franco Verdi, il lettore può sì meravigliarsi e chiedersi che bisogno ci sia di prendere le cose così alla lontana piuttosto che andare subito al nocciolo della questione e raccontare chi è e che cosa ha fatto di così importante nella sua vita uno come Franco Verdi. Io parto sempre dal fatto che nessuno di noi, chiunque sia e qualunque cosa faccia, è ‘slegato‘ dal resto del mondo o da quel particolare sistema che usualmente definiamo ‘Società‘ o peggio ‘ordine costituito‘. Dovendo o volendo poi parlare di arte, poesia, letteratura ovviamente è impensabile non fare riferimento alle esperienze, alle scuole, alle curie, alle sette Il Romanticismo, il Futurismo, l‘Ermetismo, il Neorealismo, Officina (Roberto Roversi, Pier Paolo Pasolini), i Novissimi, lo Sperimentalismo, il Gruppo 63 (Edoardo Sanguineti, Umberto Eco), l‘Avanguardia, la Poesia Operaia, la Poesia Impegnata, la Linea Romana, la Linea Lombarda e ora l‘omologazione analfabetizzante del poetese montaliano globalizzato e poi i luoghi (i cantieri) della cultura: prima Firenze e Torino, e dopo il ‘48 Roma e Milano. L‘Italia è viva e vivace, per questo continua a piacere. Il secondo ‘900 rappresenta una fucina, e un‘officina, senz‘altro complessa, ricca, variegata, ambigua, contradditoria anche se da circa vent‘anni qui in Italia non esiste più uno scrittore o un poeta vero, nuovo, originale. Avviandomi a commentare l‘arte multiforme di Franco Verdi, e non essendo facile decidere come partire quando si vuol parlare del lavoro globale di un artista, mi piace incamminarmi, con la massima libertà, lungo il percorso galattico di una vita e di una pluralità espressiva di segni e segnali, suoni e colori ritrovati, indicativi, in un lavoro complesso di poesia, di ricerca e di riflessione saggistico-letteraria-teologica. L‘occasione mi è capitata grazie alla recente lettura di un saggio-libro-racconto-romanzo-poema dal titolo Metafisica della pervasività di Paul Broussard e Claudio Economi, presentato da Pietro Ciaravolo per le edizioni del Centro per la Filosofia Italiana, pagine 296, Roma 2000. La citazione che segue ha solo lo scopo di ‘introduzione‘ - intrusione - alle disquisizioni mie sul Franco Verdi, e che, senza eccesso di superbia, cercherò di dire con chiarezza ed onestà critica, senza false presunzioni. Paul Broussard è un altro poeta (docente di filosofia e intenditore di varie cose) che sa stare al confronto e alla fame di ricerca quanto Claudio Economi, pure filosofo e studioso di cose d‘arte e di letteratura. Per questo, considerando il lavoro magmatico di Franco Verdi, ritengo utile, per mio capriccio o libertà di economia critica, tirare in ballo uno stralcio del loro pensiero anche se i suddetti non conoscono il Verdi e viceversa. Ecco allora la citazione pro(e)messa - da pagina 166 a 168 - con qualche ritaglio: "L‘uomo - dice Broussard - come persona, poniamo, a parte l‘aborigeno zulù o non zulù, inizia la prensilità del "divenire" proprio nella fonemia auscultativa che si invertebra a mano a mano nella forma sonora (non prescindiamo affatto da un‘unità sensoriale: stiamo però studiando la sua polarizzazione in simultaneità con la reazione retinica). Attestiamo, con il concorso dell‘arte, una riflessione tipica nel campo della logica, che non appartiene strettamente ad esso. Lo stesso fonema, prima di essere quel segno di cui linguisticamente si teorizza, in quanto segno minimo sorgente, ha una germinalità segreta, individualizzata, motrice. Ciò è èrecisabile con un approfondimento delle prime reazioni sensoriali del neonato. Approfondimento possibile per via psicologica. (insomma, come dice la nota 18 di pag. 167, a miglior chiarimento: "Ogni maturazione artistica potrebbe cominciare da una residenza sonora composta da vibrafonie o tremiti come cliks. C‘è una linea di accesso alle "cose" tipica di poche tribù che vivono all‘interno dell‘Africa Meridionale, conosciuta come linguaggio cliks, dai suoni simili a schiocchi impronunciabili per gli Europei. Gli abitanti di quelle tribù apprendono la vita nei suoi aspetti costanti di nascita, riproduzione, morte con i loro schiocchi concatenati, come concatenato è il periodo pensato e comunicato (fonetizzato) da gente di tutti i continenti in lingue e linguaggi solo superficialmente distanziati"). Non esiste una storia che guidi progressivamente all‘evoluzione del fonema in radice cognitiva né quella storia singolare può essere tentata per progettazione seguendo con controllo psicologico molti neonati, anche di diversi sistemi linguistici Non esiste inoltre una storia dei passaggi o una morfogenesi capillare che parta cioè dal fonema e spieghi l‘affiorare in lessema, in sintagma. Alla storia, per sé lacunosa, per tanti aspetti umani irraggiungibili, l‘arte offre in modo conduttivo, primario, il fascino della penetrazione della parola. Ne fanno parte l‘ambiguità, come possibilità di riproduzione; l‘ulteriorità come scoperta del limite assoluto. La perscrutazione che ne utilizza la durata, l‘energia alternativa, suscita il fonema, la sua densità in lessema, in sintagma manifestando così una storia interiore del dire in assoluto, non escludendo, senza però progettare controlli sistematici (obiettivabili), una ragione della manifestazione fonematica, del passaggio ad altri elementi creativo-grammaticali comuni a tutti gli uomini". Insomma, se la storia è di per sé lacunosa il poeta potrebbe dire, rubando versi e pensieri a Rambaldo di Vaqueiras: "Mal vignai e mal andei! - e continuare così, secondo le bestemmie del giullare matto - Malvenuto e che il male vi porti" (Alfredo Giuliani, Antologia della poesia italiana, dalle origini al Trecento, vol. primo, Feltrinelli 1975). L‘uomo per comunicare con gli altri o, come si dice, con il suo prossimo, possiede mille mezzi e tante misure. La scelta di identità è di origine innata ma anche di tipo culturale ambientale nel cui luogo si matura e si elabora l‘esperienza formativa della vita e dell‘espressione comunicativa. Alla faccia della sociologia, la vita è più complessa e meno ‘collettivizzata‘ di quanto le formule magiche della statistica possano imporre. "La poesia scritta perde di giorno in giorno la sua ragione d‘essere" diceva Breton che era sempre così attento alla repentinità del cambiamento. Allora per Franco Verdi l‘espressione sonora assume il senso di "canzona" (Frescobaldi) e non di canzone, perché, per la sua brevità, diventa un mezzo di "comunicazione immediata" in risposta a quella sua "perdita di ragion d‘essere" e riflette: "L‘uomo d‘oggi ha fretta per strada, se vuoi urlargli che non deve aver fretta per la sua NEVROSI glielo devi dire correndo insieme a lui per strada con la chitarra a tracolla o il pianoforte sulla spalla!". Secondo una logica CANZONA/TORIA e IRONICA della nuova legge della trasmissione del MESSAGGIO " (vedi mass-media, tecnologia virtuale, ecc) siamo stati i primi in Italia col Futurismo a fare lo spettacolo totale (e quindi anche fonico) - come scrive Verdi - con le famose recitazioni marinettiane e con l‘onoma lingua di Fortunato Depero". Citando dal saggio verdiano "La canzona, ovvero i gargarismi della fecondità", possiamo dire che "la distruzione della lingua a favore della parola ostenta il fonema per quello che è, non come veicolo di radice semantica (lessema) o articolazione grammaticale (morfema). Cresce un nuovo lessico dis-organizzato secondo linee regressive ed entropiche (in uno stato di equiprobabilità, disordine) in cui i nessi logici, analogici o sensibili sono saltati per aria. L‘equilibrio delle vocali è la base della distribuzione e regolazione dei valori fonici delle "righe" di versi: una specie di "vocale tematica" attorno alla quale s‘assemblano radici (o lessemi), desinenze, caratteristiche temporali ed elementi suffissali (prefissi, infissi, suffissi)". Ciò significa che nell‘arte del nostro protagonista esiste multimedialità dell‘esperienza e della conoscenza della comunicazione delle regole e delle invenzioni della poesia, della musica, della scrittura e dell‘arte tutta. Senza inganno e con voracità di sapere e ironia per le sorti contemporanee della comunicazione. Franco Verdi è poeta, poeta lineare e visivo, sonoro e gestuale, è pittore, saggista, filosofo, sperimentalista e innovatore di arti e mestieri, dalla scrittura all‘arte figurativa astratta e magica, fino allo studio della teologia. Un credente fuori del normale, un praticante libertario, ironico e contestatore, interdisciplinare, ma costantemente fedele ai propri principi senza tradimenti. È tale la quantità-qualità della sua ‘ricerca‘, e della sua produzione, che diventa difficile parlarne specificatamente. Qui si farà il possibile parlando di lui, cercando di de-cantarne la sopravvivenza e la qualità originale e diversa dell‘opera e dei suoi intenti connessi. Senz‘altro Verdi inizia ad esprimersi con la parola fin dagli anni ‘50, ma non gli basta. Non gli basta perché, per esprimere tutto ciò che sente, ha bisogno dell‘uso di ogni elemento corporeo (psicofisico). Ha bisogno insomma di tutte quelle "vibrafonie o tremiti come cliks" che tira in ballo Broussard nel suo saggio teologico della poesia e dell‘arte. La creatività, la fantasia, la manualità e la gestualità, ma soprattutto è la sonorità che rappresenta una delle principali chiavi di lettura di tutta l‘opera di Verdi. È con le vibrazioni dell‘arte orale, quella antica, primitiva, atavica, calda e sanguigna del suono della parola e dei suoi segni-graffiti (la poesia visiva, la pittura, l‘incisione), che l‘arte di Verdi trova spazio e realizzazione nel suo complesso espressivo che, citando dal suo ultimo romanzo il cerchio perfetto, possiamo così icasticamente definire: "FUOR DI RESISTENZA NON C‘È RESIDENZA". Il poeta resiste, l‘uomo è sempre cosciente della propria ‘residenza‘ che lo identifica nella vita e nel mondo nonostante la gracilità e la forza del dubbio che può assalire da un momento all‘altro, ma "può essere discussa la situazione più complessa, qualunque sia il contesto, la funzione e lo sfondo culturale, il contenuto del messaggio (religioso, giuridico, di lingua comune, letterario ecc.) e la sua genesi fisio-psicologica. Uno spersonalizzare le reazioni soggettive e fissarle figurativizzando le parole senza immagini (poesia concreta) le immagini con le parole (poesia visiva), il supporto senza parole e senza immagini. Poesia virtuale. Che potrebbe esserci, se." (F. Verdi, da Ricerca poetica in Italia, Arezzo 1986). Se le vibrafonie dei cliks di Broussard rappresentano una residenza sonora di ogni maturazione artistica, gli Stripes di Franco Verdi "strutturano visivamente l‘intuizione fondamentale del modularsi ritmico delle onde" (Antonella Montenovesi in catalogo Verifica 8+1, 1982) ossia del modularsi della grafia visiva del poeta e del pittore, nei segni e nei sogni dei geroglifici e dei segnali della poesia visiva e della poesia lineare. In Franco Verdi la poesia visiva si distingue per la sua virulenza espressiva e forte ne risalta il ‘sentimento‘ tra arte e parola, tra segno e provocazione attraverso l‘uso di simboli e segnali la cui funzione è più sovvertitrice che lacerante. Il poeta distrugge l‘apparenza mediatica della realtà ricomponendola in una specie di metafora caricaturale per sottolineare dissenso ma nel contempo per ridare forza e consistenza alla razionalità del vivere. Così ritroviamo il motivo essenziale della sua azione nei colori e nelle pennellate dense e intricate, sofferte, delle sue tele, dove il paesaggio si allarga e si dilata attraverso la chiarezza della cromia e l‘intensità del segno. Da questo confronto-conflitto scaturisce evidente tutta l‘essenza dell‘inquietudine filosofica e religiosa dell‘uomo e del poeta ("nome e verbo sonoma la vita è là perché non arrivo?). . La ricerca di Franco Verdi è un‘amalgama fra primitivo e presente. Fra esperienza e rincorsa verso il sovrannaturale. La poesia lineare si priva di ogni preziosità lirica e retorica dove ironia e sentimento del tempo si intrecciano alla ricerca di una scrittura e di uno stile la cui intenzione, come scriveva Adriano Spatola in Tam Tam (1972), "è quella di accumulare innumerevoli e sostanziose prove dell‘opacità e sfuggente duttilità del reale". C‘è Dante (la lingua nuova), c‘è il dialetto (la lingua madre), c‘è la ‘formazione dei nuovi codici (quelli della mercificazione virtuale della nuova comunicazione) o insaccati misti a norma delle disposizioni di legge per la repressione delle frodi in commercio" che fanno ricordare le stimolanti intelaiature multitecniche (lingua, dialetto, neologismi) di Andrea Zanzotto. Insomma la poesia lineare di Franco Verdi è sempre elemento di rottura, ironia, dissacrazione, ricerca, fermento, fonema e vibrazione come nell‘esempio di questi pochi versi: Cos‘è la vita, mah, dare forma alla realtà, allora anche depilarsi le ascelle con gli occhi che promettono parcelle e mantengono in senso catastale i fatti accarezzando in alberghi esotici le banane protendono vischiose bocche pòpule La grafica, la poesia visiva, il segno manuale di Franco Verdi (assai ben allenato dalla sua lunga esperienza di pittore) legandosi alla parola, al segno arcaico dell‘alfabeto, alla parola-immagine, non può essere da meno e allora la visione del mondo è schematica, graffiante, simbolica. Segna una rottura con il visibile naturale della cultura accademica e passatista per appropriarsi di un nuovo, originale sviluppo evolutivo della psicologia analitica dell‘arte e delle sue forme attraverso il raggiungimento di un accordo ritmico tra l‘occhio, il colore, la forma e l‘informazione. La poesia visiva nasce a Firenze verso il 1963 grazie a Pignotti, Miccini, Isgrò, Ori, Marcucci, La Rocca realizzando, come dichiara Gillo Dorfles, "un legame osmotico con i prodotti dei mass media (giornali, rotocalchi, pubblicità, ecc.) come punto di partenza". Verdi arriva subito dopo ma prediligendo un corpo più concreto, con radici legate agli antichi caratteri tipografici dei versi alessandrini con contrasti più pittorici e personali. Anche la poesia sonora, di cui Verdi è maestro, maestro di performances rappresentate in mezzo mondo e registrate su chilometri di nastro o nei cerchi concentrici del CD, cresce istintiva fin dall‘inizio nel mondo magmatico e istrionico del poeta taumaturgico. Franco Verdi percorre queste esperienze grazie anche al dono fonico-vocale che madre natura in buona parte gli ha donato. "La comunicazione - dice Verdi - s‘avvale di meccanismi complessi e pericolosi. Massa di informazioni: disinformazioni di massa. La comunicazione interpersonale, a quella ci riferiamo, chiama in causa la coscienza morale insita in ogni uomo e rende possibile il discernimento tra il vero e il falso, il giusto e l‘ingiusto, realizzando un‘autentica libertà. La coscienza morale obbedisce ad una legge non scritta, ma che è nel cuore dell‘uomo, consentendogli di avere ragioni di vita più importanti della vita stessa. Prospettive letterarie future sono configurabili in uno studio approfondito del passato, dal sincronico al diacronico" e allora la poesia sonora per il nostro poeta diventa chiave di lettura essenziale per le sue rigorose partiture dove "l‘eccezionale e l‘anormale ricercano lo stupore e la meraviglia per quanto ci circonda (v. Kafka, Musil, Bachman). Tra letteratura e immagine, filosofia, teologia, tra storia ufficiale e privata, nella simbolizzazione della scrittura. Dove le relazioni cognitive preparano gli apparati simbolici alla messa in scena degli oggetti". La poesia sonora di Franco Verdi si avvale dunque di un‘autentica libertà di codici e di simboli, di evocazioni e di ritmi raggiungendo esiti di insolita bellezza come raramente succede, ma succede, come riconosce lo stesso poeta, alla musica leggera (per esempio: Leroi Jones, Bigazzi-Bella). Allora la sua "poem azione" possiamo definirla una "vocabularia" del suono immesso dentro i boschi e gli anfratti della parola. È come si trattasse di un ciclo di canti affidato per secoli all‘oralità di antiche tribù del territorio, come quelle australiane dei maori (vedi: I sogni cantano l‘alba, a cura di Graziella Englaro, Lanfranchi Editore, Milano 1988), o quelle indiane degli Stati Uniti d‘America, o delle antiche parlate dialettali del nostro paese. La "sound poetry" 1 e 2, per esempio, con le ‘cosaglie‘ e gli ‘strappi‘ del 1966 o i percorsi del 1968 con Aristotele, Cristo, Bacone, Spinoza, Hegel, il famigerato Gentile e poi con "viva il futurismo" del 1982 con i fuochi di Carrà, Corra, Marinetti, Balla, Cangiullo, De Pero, Soffici e infine con i Fiori e le Vetrate Neomedioevali del 1985. Questo per dimostrare e dichiarare che l‘opera di Franco Verdi è sì vulcanica, ma ciò che più conta è il tipo avventuroso di uno sperimentalismo che è costantemente pronto a fare i conti con passato presente futuro senza ambiguità. Dante l‘avanguardia il sogno del futuro. Ciò spiega anche perché il poeta fa uso di tanti materiali espressivi. Non si tratta semplicemente di eclettismo. Sarebbe troppo facile liquidare così semplicisticamente un complesso espressivo tanto turbinoso e variegato. L‘artista è uomo inquieto, insoddisfatto, dibattuto tra sacro e profano, tra filosofia e teologia, poesia e storia, incapace di trovare il punto fermo della vita. Il poeta lo sa che la vita è sempre in movimento e che voler inseguire il punto fermo o quel limite massimo è pia illusione, ma il suo ‘sogno‘ non sa arrendersi e continua ad osare oltre il limite del possibile. ("Bevo corvo e son torvo mentre varco/l‘arco del parco et in accidia accedo/cene cantate/alto locate stanze/diverse usanze/forse perse corse/e voi chi siete?"). Ecco allora che la sua libertà espressiva e la sua capacità, tormentata, di involarsi verso nuovi luoghi, nuovi mezzi, nuovi sistemi di ricerca, dimostrano che tutta l‘ansia del poeta sta nel fatto che ogni suo atto rappresenta il simbolo di una continua ricerca di se stesso e del mondo per scoprire quella sete di sapere e di conoscenza che mai potrà essere colmata. L‘insoddisfazione del poeta Franco Verdi sta tutta nella sua rabbia di constatazione di impotenza che governa la vita dell‘uomo e le sue illusioni, perché sente forte il tradimento fatto all‘uomo dalle forze misteriose e potenti che lo sovrastano in eterno. È così, possiamo concludere, che si chiude il cerchio perfetto della sua lotta e della sua arte. Ma è una conclusione in positivo in quanto resta inalterato il sentimento della fiducia nella ricerca della conoscenza. Il cerchio perfetto è così concluso ed è anche il titolo della sua ultima opera in prosa. Una prosa lirica e secca, scandita secondo le formule della poesia lineare, visiva e sonora. Dice una nota che accompagna il libro: "Cosa succede quando un poeta, pittore, scrittore, filosofo, teologo racconta la sua storia? Nasce un romanzo, così particolare da essere intitolato il cerchio perfetto. Il cerchio è una linea che separa in modo definitivo l‘interno di Franco Verdi dall‘esterna attualità quotidiana. Con un linguaggio narrativo originale, tra metafore, suoni scritti con le lettere, immagini proiettive, si svolge il racconto del suo tempo, vissuto tra la realtà e il sogno, popolato da immagini, da figure di uomini e di animali. Emergono luoghi trasognati, dove tutto è realtà e insieme fantasia. Il cerchio perfetto è un viaggio nella vita passata presente e futura del suo essere proprio. Con ammirevole oscurità ne illustra i tratti fondamentali, ne spiega le aspirazioni e ne mette in luce i limiti. La sua scrittura non è mai un riposo, un naufragar nel mare del banale, uno sbadiglio". È un continuo divenire per cui, provocandone la risposta, in conclusione Franco Verdi dice: "La poesia ha ancora da dire la centralità dell‘uomo. Nell‘attuale sistema della comunicazione l‘uomo è penalizzato, finisce continuamente sul banco degli accusati. La sua colpa è quella di ritenere che l‘essere qualcuno è comunque diverso dall‘essere qualcosa. "Travisano sempre le mie parole,/non pensano che a farmi del male./Suscitano contese e tendono insidie,/osservano i miei passi,/per attentare alla mia vita./I passi del mio vagare tu li hai contati,/le mie lacrime nell‘otre tuo raccogli;/non sono forse scritte nel tuo libro?" (Salmo 55, 2-7b). Come fa Franco Verdi, ci si potrebbe domandare: "Perché scrivono i poeti?". Rispondendo ad un questionario sulle ragioni dello scrivere, Saint John Perse nel 1955 , alla domanda sempre riproposta: "Perché scrive?", azzardò affermare che la risposta del Poeta sarà sempre la più breve: "Per vivere meglio". "Anche per il lettore potrebbe valere la stessa risposta: "Leggo per vivere meglio". Chiaro? Senz‘altro si tratta di una questione sempre attuale! E Franco Verdi non può essere smentito. Considerando tutta la sua variegata produzione dobbiamo per forza dichiarare, come abbiamo cercato di dimostrare, che si tratta di un poeta dalle mille risposte. Bisogna conoscerlo per vivere meglio. Notizie bio-bibliografiche FRANCO VERDI (Giovanni Francesco Silvano Verdi di Belmont) è nato a Venezia nel 1934.. Ha compiuto studi di filosofia, letteratura, arte (è infatti anche pittore) e teologia. Negli anni cinquanta è stato professore di Filosofia Teoretica all‘Università di Urbino. Suoi quadri si trovano nei musei di Munster, di Amsterdam, di Gerusalemme, nell‘Istituto Universitario di Saragoza, al Centro Internazionale Semiotica di Urbino, nell‘Istituto Diffusione Arti Figurative di Milano, alla Galérie Davy di Parigi, nell‘Archivio Sackner di Miami Beach, al Kunstmuseum di Hannover, nell‘Istituto Italiano Cultura di Zagreb, nella Deutsche Bibliotek di Roma eccetera. Scrittore del PEN di Croazia e del PEN Svizzera Italiana Canton Ticino. Esperto del Ministero P: I: per Storia dell‘Arte e degli Stili. Ideatore, curatore e realizzatore di storiche mostre di Concret, Visual, Soubd & Body Art. Ha Riabilitato e rimesso nel circuito culturale i Futuristi Italiani. Con l‘aiuto del banchiere umanista editore Mattioli ottiene dagli eredi il permesso di utilizzare il materiale sonoro originale di Marinetti presso l‘Archivio di Stato di Roma. Nel 1973 con Ruggero Jacobbi ha realizzato la Mimodeclamazione Futurista per l‘Associazione Scrittori Croati di Zagabria. Si è spento a Verona nel 2009. Sue opere di poesia lineare, saggistica, narrativa sono: Aperti in squarci (Effe Press, Verona 1965); Tempo (Effe Press, Verona 1966); Com‘è necessario e nelle regole (Gastaldi, Milano 1967); Segni nello spazio (1967); Quattro movimenti per un significato (Rebellato, Padova 1969); La voce degli astri (Laboratorio delle Arti, Milano 1973); La scimmia con le mani dietro la schiena (Geiger, Parma 1976); Poesia concreta (Factotumbook, Verona 1979); La formazione il codice (Campanotto, Udine 1979); Poesia concreta Poesia visiva Scrittura poetica (1979); La Canzona, ovvero i gargarismi della fecondità, saggio sulla poesia sonora (1979) (?), Una rosa è una rosa e una rosa (in collaborazione con Sarenco, Factotumbook, Verona 1989); Liber (Factotumbook, Verona 1989); Il cerchio perfetto, romanzo (Bonaccorso Editore, Verona 2001). 

Dalla bibliografia essenziale stralciamo: 
opere: Aperti in squarci, Edited by Franco Verdi, Effe Press, Verona 1965;
Tempo, Effe Press, Verona 1966;
Com‘è necessario e nelle regole, Gastaldi, Milano 1967;
Segni nello spazio, A.A.S.T., Trieste 1967;
Quattro movimenti per un significato, Rebellato, Padova 1969;
Von Marinetti bis Franco Verdi, Bremen 1972;
La voce degli astri, Laboratorio delle Arti, Milano 1973;
La scimmia con le mani dietro la schiena, Geiger, Parma 1976;
Poesia concreta, Factotumbook, Verona 1979;
La formazione il codice, Campanotto, Udine 1979;
Il cerchio perfetto, Bonaccorso Editore, Verona 2001. in riviste, cataloghi e periodici Marilla Battilana, Il Subbio, Rho 1969;
Sebastiano Vassalli, Prospetti, Roma 1970;
Adriano Spatola, Tam Tam, Mulino di Bazzano 1972;
Alessandra Truzzi, L‘Arena, Verona 1974;
Sebastiano Saglimbeni, Il Gazzettino, Venezia 1974;
Alberto Cappi, La Gazzetta di Mantova, 1974;
Vito Maistrello, Cronorama, Ragusa 1974;
Adriano Spatola, La Gazzetta di Mantova, 1974;
V. S. Gaudio, Quinta Generazione, Forlì 1974;
Michele Salerno, Giustizia nuova, Bari 1975;
Giancarlo Pandini, La Gazzetta di Mantova, 1975;
Gilberto Finzi, Il Giorno, Milano 1975;
Paolo Scomparin, Geiger, Torino 1976;
Stefano Lanuzza, Prospetti, Roma 1976;
Agostino Contò-Paolo Scomparin, Quinta Generazione, Forlì 1976;
Antonio Spagnuolo, Prospettive culturali, Napoli 1977;
Andrea Genovese, Uomini e libri, Milano 1977;
Marilla Battilana, Ateneo Veneto, Venezia 1977;
Stefano Lanuzza, Prospetti, Roma 1977;
Carlo A. Sitta, Aperti in Squarci, Verona 1977;
Giò Ferri, Aperti in Squarci, Verona 1977;
Nino Majellaro, Nuova corrente, Milano 1978;
V. S. Gaudio, Quinta Generazione, Forlì 1978;
Paolo Scomparin, Carte Segrete, Roma 1980;
Adriano Spatola, La Battana, Rijeka 1980;
AA.VV., F. Verdi: Waves, Walles, Stripes. Catalogo Mostra Verifica 8*1, Venezia 1982;
AA.VV., Franco Daleffe, Catalogo, a cura di G. Denti e A. Veca, Edizioni La Merdidiana, Milano 1994;
Davide Argnani, intervista a F. V., L‘Ortica n. 52, Forlì 1994;
Jolanda Pietrobelli, Il sogno di Adamo, Il Prato dei Miracoli, Pisa 1995;
Davide Argnani, L‘Ortica, Forlì 1999. in volumi e antologie Silvano Martini, in La voce degli astri, Laboratorio delle Arti, Milano 1973;
Alberto Cappi, Il testo e il viaggio, Mantova 1977;
Gilberto Finzi, Poesia in Italia, Mursia, Milano 1979; 
Davide Argnani, Maurizio Castagnoli, Erio Sughi (a cura), Poesia Visiva, Nuovo Ruolo, Forlì 1980; 
Giorgio Bárberi Squarotti, Letteratura italiana contemporanea, Lucarini, Roma 1982; 
Eugenio Giannì, Póiesis, ricerca poetica in Italia, Istituto Statale d‘Arte, Arezzo 1986; 
Giuliano Manacorda, Letteratura italiana d‘oggi (1965-1985), Editori Riuniti, Roma 1987; 
Giulio Galetto, Poeti in Verona, Bonaccorso Editore, Verona 2000;
Luciano Troisio, Ragioni e canoni del corpo, Editrice Terziaria, Milano 2001.   registrazioni su nastro e CD: poesia sonora Filosofemi (1965); 
Concerto per molla solista & stampa continua (1967) 
Cosaglia (1968) 
Strappi (1970); 
Poem-azione (1970); 
Seconda elementare (1971); 
Attraversando il testo (1971); 
Rubrica (1972); 
Mimodeclamazione Futurista (di Franco Verdi-Ruggero Jacobbi) per l‘Associazione Scrittori Croati di Zagabria (1973); 
Pesciaria (1977); 
Vocabularia (1977); 
Disco 33 giri AIPS ENSEMBLE di Sarenco e Verdi: Sanremando (LP-0717, 1980); 
Viva il futurismo ! (LP-0720, 1982); 
Cut up (LP-0722, 1983); 
To my wife Iane, Sound Poetry CD (Art Addiction-Stockolm & L‘Ortica-Forlì, 1999); 
Viva il futurismo !, Sound CD, (Art Addiction-Stockholm & L‘Ortica-Forlì, 1999). poesia visiva e pittura La produzione ‘visiva‘ e pittorica (poesia visiva, litografie, serigrafie, calcografie, grafica, pittura a olio) di Franco Verdi è molto ricca e variegata. Decine le mostre personali e centinaia quelle collettive, in Italia e nel mondo. Documentazione presso: Archivio storico Arti Contemporanee della Biennale di Venezia; Kunsthistorisches Institut di Firenze; Bolaffi: "Catalogo della grafica italiana"; Bolaffi "Catalogo dell‘artte moderna italiana"; "Enciclopedia Universale SEDA dell‘aArte Moderna", Milano; "Almanacco letterario Bompiani", Milano; "Il catalogo della grafica", Roma; Ministero della Pubblica Istruzione; Istituto Statale d‘arte di Urbino; Istituto Statale Arte di Arezzo; Forderung von Kunst & Kultur Anstalt, Lugano. Suoi quadri si trovano a: Westfaelicher Kunstverein di Muenster; Stedelijk Museum di Amsterdam; Istituto Universitario di Saragoza; Archivio Incisione Istituto Statale Arte di Urbino; Centro Internazionale di Semiotica di Urbino; Istituto Diffusione Arti Figurative di Milano; Galérie Davy di Parigi; Archivio Sackner di Miami Beach e in numerose collezioni private. Bibliografia essenziale: E. Williams, in Antholohy of concrete poetry, New York, 1967; 
J. Hirsal, in Experimentalni poezie, Praha, 1967; 
J. F. Bory, in Once again, New York, 1968; 
P. A. Buttitta, in Almanacco Letterario Bompiani, Milano 1968; 
M. Machiedo, in Studia Romanica et Anglica Zagrabiensia, Zagreb 1973; 
A. Spatola, in Verso la poesia totale, Torino 1978; 
Antologija Konkretne in Vizualne Poezije, Lubiana 1978; 
Sarenco, in Tre concezioni scritturali, Padova 1978; 
AA. VV., in Mantova Mantova, Mantova 1981; 
V. Accame, in il segno poetico, Milano 1981; 
Catalogo Arte Moderna, Giorgio Mondadori 1982; 
Catalogo della Grafica, Giorgio Mondadori 1982. Antologia minima da Aperti in Squarci (1964) 1. Simbiosi di musco nelle narici 
Volano bolidi al macello 
E sembra sempre negato 
Secoli d‘amore 2. aus nichts 
als licht 
nome e verbo sono 
le altre acquistano in unione con 
e mi racconti che 
cirro più tempesta 
diritto di precedenza 
STOP 

als licht=ricordo di Gottfried Benn 3. prospettivante nebbia: settecento 
giorni digerisco lavo denti 
divieto la sosta: metafisico 
spazio con la pantofola 
del cesso (e) del riscaldamento 4. represso, ma la vita è là perché non 
arrivo? Percentuale, evangelo dei 
simboli impropei un connubio calli 
grafico s‘avvolge alla rocca per filarlo 
carcinoma color di zafferano 

evangelo dei=ambiguo: "dei, Dei, di Dio", dei=preposizione articolata 
simboli impropri=cfr. Note ai 4 Movimenti, op. cit. 
rocca=dall‘antico tedesco "rukka" o "rocco", it "conocchia", "pennecchio", "fuso" 5. dal cocchiume per cui s‘empie estrassero 
larve muschiate, tarme pedanti 
e volanti, cistici due bagascioni 
per cui si vuota e coccole azzurrognole a volontà. 
"ginepro" come spirò e sentì 
siringa di Pan, sintassi d‘ordine. 

Cocchiume=it. "zaffo", ted. "Spund", "Spundloch"; rispettivamente maschile e neutro. da Sonetti danteschi (1964-1970) 1. Navigo le nuvole, i nembi, i cirri, 
rincorro l‘acqua sporca del canale 
mi figuro parole senz‘immagini 
disegno le figure con parole. 
Ut pictura poësis erit, adorno¹ 
il luogo dove la parola si espone. 
Al pubblico patibolareAl pubblico patibolare 
mostro el bronzìn de la lastra di rame. 
Questo xe quelo che me brusa assàe² 
dagherrotipa immagine d‘argento 
rammentandomi che non c‘è paura, 
rammentandomi che non c‘è peccato. 
Sul mio volto del cuore leggo il viaggio 
i territori, gli attraversamenti 
a danno nostro e de li nostri diri.³ 

(¹) Ut pictura poesis erit, adorno=un poema sarà come un quadro (Orazio) 
(²) Questo xe quelo che me brusa assàe=questo è quello che più forte mi cuoce (Dialetto veneziano) 
(³) a danno nostro e de li nostri diri.=cfr. Dante, Rime, 41 (XCVI) 2 Le virtù crescono su di sé e si 
connettono voci proliferanti 
ch‘accrescono in pataffione il pataffio 
di tutti i privativi de a. 
Con i loro annessi e connessi 
ballano una pavana di patatràc 
di patatùnfete, di patatùm e 
vergano lo schermo mantre appaiono. 
Giovane donna a cortal guisa verde¹ 
mentre la voce fuori campo sussurra 
che tutti amano la propria madre 
È meglio esser virtuosi che viziosi 
Nove stelle su dieci usano dire 
"fermati, pateracchio! sei stupendo!" 

(¹) Giovane donna a cortal guisa verde,=cfr. Dante, Rime, 40a (XCV) 3 La luna di marzo che illumina 
del millenovecentosessantatre 
la notte di verrucaria haccene 
più di millanta che tutta notte canta 
a‘ coevi a‘ passati a‘ futuri a‘ evi 
determinati ch‘abbiamo incontrato 
in un punto del flusso millenario. 
Non ti voglio lasciare! Da po‘ che il ben 
è sì poco ricolto, si fa, avviene 
non si crea al di sopra e al di là 
Dolce stil novo sui cadaveri 
savete giudicar vostra ragione¹ 
sui viaggi mimetici ai confini.

(¹) savete giudicar vostra ragione,=cfr. Dante, Rime, 1a (XL) 5 Mi chiudo nell‘acribìa dell‘estasi mia 
nel sessantotto ch‘è doppio dell‘età mia. 
Sono nato, infatti, nel trentaquattro 
l‘anno di Sofia Loren, di Gagarin 
l‘anno dei funerali di di Guareschi 
Nino, il galantuomo come più non s‘susa 
all‘era di Mammona, delle tette al vento 
della realizzazione sotto vuoto spinto. 
che già mai pace non farò con elli¹ 
ricolmi di tivù e deposti a riva 
d‘Acheronte in attesa di far strame 
All‘inizio era pura apparenza 
ciò che non è presente appare dunque 
un mare ricco di guizzanti pesci. 

(¹) che già mai pace non farò con elli;=cfr. Dante, Rime, 8 (LI). 6 Eppure ce l‘ho fatta a riprodurmi 
senza nome nel sonno dei gameti. 
Altri più vecchi, più curvi, più stanchi 
piccoli e troppo insignificanti per la 
minuziosa precisione della vita. 
Non trovo le divine opere d‘arteNon trovo le divine opere d‘arte 
un amalgama morbido, non amo la 
presunzione nell‘ematica selva ove 
Guido, i‘ vorrei che tu e Lapo ed io¹ 
fossimo sempre più vivi mente 
tramontan l‘ore per noi disposte 
l‘ovo da sorbire, la vita da gustare 
leggende di Flucht ohne Ende, quando² 

(¹) Guido, ‘ vorrei che tu e Lapo ed io=cfr. Dante, Rime, 9 (LII) 
(²) leggendo di Flucth ohne Ende, quando=leggende di fuga senza fine, quando da La Formazione il codice (Edizioni Campanotto 1979) Lo scopo del viaggio, in fine rivoltar pagina e trovare 
l‘inizio, rivivere i rimpianti insopportabili in movimento 
continuo tra piano e piano, audace di crudeli differenze 
riempire molli viluppi di entusiasmi nel continuo diviso 
tra le tante proposte scaturite vorticando il bulino delle 
età, un presagio di forme poco comuni, refrattarie 
Non ti fuciliamo moca, sai? Su con la schiena! 
Saluta, non fare l‘orso saluta! (con effetto contrario) 
e vivi gli incanti degli umani e i miti e i personaggi 
tra le coste del mare e gli altipiani di un‘improbabile 
assistenza sociale, t‘appunti secondo proposte 
disparate e segni concezioni che si contraddicono 
(una con gestione di possibilità vertiginose) 
alimento naturale con trattamento chimico parassitario 
proprietà rinfrescante 
desiderio angoscia ingordigia 
con rari zuccheri azotati cellulosa e ceneri trascurabili 
accadueò al novanta per cento 
introduci del brandy e chiudi il tassello della bocca 
un ottimo dessert con tre cucchiai di mandorle tritate 
in freezer per un‘ora finemente, uno di zucchero 
mezzo limone 
e poi ti servi

 
 
Renato Natale Chiesa n 73 ASTA.
 
Asta n° 49 A I
 
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